Qual è la tua storia?

La musica è il termometro che misura lo stato di consapevolezza del nostro paese.

In realtà, lo è tutta l’arte in generale, ma visto che le persone non leggono più, non vanno al cinema come un tempo e preferiscono le serie TV e il web ai programmi televisivi, credo che la musica sia l’unica arte rimasta popolare, che interessi tutti.

Ogni anno, quando arriva Sanremo, mi ritrovo a leggere incuriosita i testi dei brani in gara.

Non perché io sia una grande fan del Festival, ma essendo un programma nazionalpopolare, le canzoni rappresentano necessariamente il grado di consapevolezza del paese, si rivolgono a noi persone in quanto massa.

Da un po’ di anni a questa parte assistiamo a un triste appiattimento dei testi. Manca la creatività, uno stile personale e un’idea originale.

Testi infarciti di luoghi comuni, frasi fatte e immagini trite e ritrite, tant’è che nei diversi brani possiamo imbatterci nelle stesse metafore.

L’onestà di un artista che si spoglia davvero a nudo di fronte al pubblico e che racconta una crescita emotiva o spirituale, esige sempre una ricerca accurata delle parole, metafore nuove, uno stile personale.

Quando parliamo di qualcosa a cui teniamo davvero, condividiamo un vissuto reale, di solito cerchiamo parole nostre, non ci affidiamo ai cliché e alle frasi fatte.

Questo perché non le sentiamo vicine a noi, ma distanti e fasulle.

È, almeno per me, un metro di valutazione che utilizzo per capire se chi ho davanti mi parla con onestà, se è sincero.

Se ti affidi ai luoghi comuni, posso pensare che tu sia più preoccupato di come puoi essere percepito dagli altri, che usi l’arte per affinare la tua immagine piuttosto che per raccontare sinceramente un aspetto di te.

Gli artisti generosi hanno da sempre usato un linguaggio personale, come Lucio Dalla, Claudio Baglioni, Pino Daniele, Consoli, Fabi, Silvestri e così via.

I loro testi non hanno quasi mai parole alla moda, metafore banali e consunte, cliché ed espressioni abituali.

Ma se i brani sono piatti, sono simili fra loro e poco personali, cosa emerge durante la gara, cosa fa sì che un artista risalti più di un altro?

E non intendo dire chi vince e chi è sostenuto nel tempo da radio, giornalisti e etichette discografiche.

Me lo sono domandata più volte.

Sono arrivata a una conclusione: a fare la differenza è lo storytelling.

La narrazione (una parola molto usata in questi anni) che orbita intorno al cantante.

Ma potremmo allargare il focus e includere anche i politici, i giornalisti, i personaggi pubblici, i concorrenti dei talent e così via.

Uno storytelling efficace è la frequenza emotiva su cui il pubblico si sintonizza, uno cornice su cui proietta le sue emozioni, il suo stato d’animo.

Ed è così che conta sempre meno la sola performance di quell’artista e sempre di più la narrazione attorno a lui.

Una narrazione che può cominciare prima della performance sul palco e continuare anche dopo, attraverso i social, le stories, i selfie, le interviste sui giornali e la TV.

Niente è a caso, ogni pezzetto condiviso è scelto e pubblicato con cognizione di causa, e diventa un tassello in più che influenzerà per inevitabilmente l’opinione delle persone.

I programmi televisivi ne hanno fatto una firma.

E a quel punto è facile pensare che l’aspetto emotivo possa avere il sopravvento su quello canoro, almeno nel pubblico.

Chi ha una narrazione più condivisa può avere una marcia in più oggi rispetto a chi comunica un’immagine più algida, riservata, classica.

Non dico che salirà di certo sul podio, ma resterà più impresso nelle menti e nei cuori della gente.

Ma questo accade ovunque. Il chi ha piano piano sostituito il cosa.

Le persone coi loro volti, i nomi e le storie, hanno rimpiazzato le ideologie politiche; oggi votiamo la Meloni, la Schleine, Salvini, Vannacci, Conte e non la corrente politica e ideologica che c'è dietro un partito.

Gli editori propongono i libri di influencer che nel tempo hanno costruito il successo grazie a un buono storytelling. Poco importa se siano dei bravi scrittori.

Che sia voluto oppure no, questo andamento ricalca le ultime scoperte scientifiche secondo le quali il nostro cervello si lascia letteralmente incantare dalle storiee le preferisce di gran lunga alle semplici informazioni.

Il cervello umano, sostiene la scienza, è un naturale elaboratore di storie e interpreta la realtà attraverso uno storytelling.

Qual è il rischio di tutto questo?

Uno fra i rischi più evidenti è che emerga nei diversi ambiti, e quindi abbia sempre più seguito, credibilità e autorità, chi sa cucirsi abilmente una narrazione convincente ed emozionante intorno a sé e che penalizzi, al contrario, chi meriterebbe davvero, ma non ha una forte comunicazione.

Che a lungo andare, cioè, questo fenomeno sia a discapito della qualità nei diversi ambiti artistici. E che l'ego di ognuno prevalga sull'arte e sulle ideologie.

È davvero necessario che uno scrittore, un cantante, un personaggio pubblico si sappia raccontare bene?

E, infine, un rischio grave è che, specie in politica, la gente non sia così consapevole da accorgersi se, attraverso le parole che usa, il candidato sia davvero sincero, in buona fede o se sia solo l'ennesimo storyteller scaltro e accattivante.

Letture consigliate

  • La scienza dello storytelling di Will Storr

  • I testi di Lucio Dalla

Virna Cipriani