Le identità del Conte di Montecristo
Da poco ho riletto “Il conte di Montecristo” di A. Dumas, uno fra i miei romanzi del cuore.
Il tema principale di questa storia si dice sempre sia la rabbia che porta il protagonista a meditare vendetta.
C’è un altro argomento, però, di cui si parla di meno e che lo rende suo malgrado anche un libro spirituale: l'identità.
Ma facciamo un passo indietro.
Due fra gli autori che io reputo dei miei maestri di vita sono Neville Goddard e Igor Sibaldi.
Ho letto tutto, o quasi, di questi due scrittori illuminanti e illuminati.
Seppure ci siano enormi differenze fra loro, nel tempo ho trovato anche degli aspetti in comune.
Ritenere l'identità come un intralcio, qualcosa da superare per esprimere al meglio il proprio potenziale creativo, è uno di questi aspetti.
L'identità è un limite all'evoluzione spirituale di una persona.
A lungo andare può diventare perfino una gabbia che imprigiona l’essere umano a un destino sempre uguale.
Neville Goddard definisce l'identità come uno stato interiore.
Sibaldi la collega all'anima, e sostiene che il vero potere creativo di ogni essere umano appartenga a uno aspetto più grande: lo spirito.
Mentre l’anima (e quindi l'identità) è legata inevitabilmente alla storia di ognuno ed è rivolta al passato, lo spirito è proteso verso il futuro.
Per questa ragione il filologo invita a trovare prima o poi il coraggio di dirsi: “ho sbagliato tutto” per affrancarsi dal passato-anima-vecchia identità e ricominciare da capo, in modo più autentico.
A volte succede che la tua maschera sociale diventa così predominante da confondersi con la tua identità, e allora le cose si complicano ancora di più.
Basta vedere oggi i social.
Quanti influencer, artisti e personaggi pubblici sono vittime della loro stessa maschera sociale e del bisogno continuo di riconoscimento?
Sono persone talmente identificate con il ruolo sociale che hanno scelto di ricoprire, da perdere di vista quel che conta davvero.
Se domani si svegliassero e si ritrovassero d'un colpo con una dozzina di follower e basta, la loro identità resterebbe intera o si frantumerebbe insieme al numero di seguaci?
Questa società favorisce apposta un pericoloso svuotamento delle persone, sempre più rivolte verso l’esterno, verso il mondo esteriore.
Le allontana da loro stesse, dalla loro natura più autentica e le rende in automatico impotenti e condizionabili.
Non c'è da stupirsi se in ebraico la lettera W coincide con il numero 6, di conseguenza la sigla di internet - www - si traduce in 666.
Una rete che pesca i navigatori, una ragnatela che si estende ovunque e cattura le vittime inconsapevoli.
Non dico che sia impossibile, ma credo davvero che diventi arduo per un personaggio pubblico, con una presenza digitale di un certo rilievo, riuscire a coltivare onestamente la propria crescita interiore.
Chi si concentra molto sulla realtà virtuale va nella direzione opposta a quella spirituale. Consolida, mattoncino dopo mattoncino, proprio quell’ego che un lavoro interiore punta ad annientare.
Per assurdo la gente comune, quella che non ha un'identità online così conclamata, può avere un vantaggio insospettabile.
Non dover incarnare una maschera sociale condivisa con tanti, come accade ai personaggi famosi, può diventare una fortuna.
Non dover corrispondere ogni giorno a un identità costruita a tavolino (dosando parole, contenuti e apparizioni pubbliche), non doverla tenere integra a fatica, anche a costo di calpestare i sentimenti altrui, può diventare perfino un privilegio.
La gente comune è più libera: di deludere le aspettative altrui, di allontanarsi dal mondo pubblico e, se ne sente la necessità, di restare in silenzio.
Di cambiare, senza che decine e decine di persone glielo rimproverino.
E cambiare vuol dire evolvere, uscire dal seminato del proprio destino personale.
La nostra vita è il riflesso della nostra identità.
Se vogliamo cambiare radicalmente e creare una realtà diversa, dobbiamo per forza cambiare identità.
Il conte di Montecristo ne è un esempio perfetto.
Il protagonista del romanzo di Dumas, Edmond Dantès, ha impersonificato più ruoli nel corso della storia: il conte, Sinbad il marinaio, l’abate Busoni e lord Wilmore.
Ogni identità ha assunto un preciso carattere, una precisa postura, un preciso passato, perfino un preciso tono di voce.
E proprio grazie ai diversi travestimenti Dantès può assumere differenti punti di vista e vivere più vite.
Leggere questo classico è un'esperienza privilegiata, perché ti pone di fronte alla vacuità dell’identità e delle maschere sociali, senza alzarti dal divano di casa; t’insegna a prenderti un po' meno sul serio.
Un inganno enorme della società odierna è far credere che la realizzazione di sé, l'abbondanza e una vita soddisfacente si ottengano soltanto attraverso un'unica via: i numeri, l’esposizione mediatica, follower.
Ma scegliere questa direzione è fumo negli occhi, comporta ahimè molte condizioni controproducenti.
Dopo aver passato anni a costruirsi una presenza online forte e aver attirato un seguito di tutto rispetto, come ci si può svegliare un mattino e decidere di mollare tutto e cambiare?
Se le persone ti riconoscono per quel ruolo, stai pur certo che poi pretenderanno da te sempre la loro dose quotidiana di certezze.
Difficilmente approverebbero un cambiamento radicale, perché metterebbe a repentaglio anche la loro stabilità, le loro certezze.
Inoltre, se imbocchi il tunnel dei numeri, sarai costretto a conformare le tue idee e la tua vena creativa a quelle di massa.
Per questa ragione sono convinta che una crescita interiore e una crescita digitale siano inconciliabili.
Ed ecco perché, ogni volta in cui mi sorprendo a dedicare più tempo del dovuto alla realtà virtuale, puntualmente qualcosa dentro di me stride e mi riporta coi piedi a terra.